Page 18 - Guida della Valcenischia
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gnare le priore, i parenti e amici riuniti dalla casa della festeggiata alla chiesa,
la basoulein, la Bussoleno, per accompagnare le autorità dal municipio verso la
chiesa, la stoccata, la Stecâ che si alterna con le prime due, inoltre leivrî (aprire)
al termine delle danze per farsi largo tra la folla e ricomporre il corteo che riac-
compagna le priore, le autorità e i presenti alla casa della festeggiata. Durante le
marce sono disposti in fila indiana e la spada è brandita con la mano destra. Le
danze che sono eseguite sul sagrato della chiesa dopo la funzione della messa giaglione
sono la Carâ una figura eseguita in quadrato, lou cor an din, lou cor an fora.
Sono movimenti che precedono lo scambio delle spade fra di loro e il lancio
delle spade in alto.
Il bran è un’intelaiatura di legno e fili di ferro a forma conica con la base piatta
di circa 90cm di diametro e l’altezza di circa due metri. La struttura è ricoperta
da lunghi nastri colorati, fiori, frutti finti, e non può mancare l’uva quale simbolo
importante dell’economia agricola giaglionese.
È portato sulla testa da una giovane donna, nubile, la portatrice del bran, vestita
col tipico costume Savoiardo e accompagnata da due giovani che la aiutano
anche durante le prove essendo il compito abbastanza difficoltoso. Alla base del
bran è posto un pane benedetto che simboleggia la tsaritâ la carità intesa come
fratellanza. La tradizione consiste nel distribuire un pezzo di pane alla comunità
alla fine della messa nel giorno di S. Vincenzo.
Il francoprovenzale è l’insieme dei dialetti galloromanzi dei dintorni di Lione,
della Savoia, della Svizzera francese, della Valle d’Aosta e di una piccola porzione
del Piemonte: un territorio che non ha mai avuto un’unione politica.
Il francoprovenzale è uno dei tre gruppi linguistici in cui si dividono le gallie
latinizzate: la parte nord comprende la lingua d’oil la parte meridionale e le vallate
italiane la lingua d’Oc il provenzale. Il sud-est della gallia, compreso il nostro territo-
rio, riunisce il gruppo linguistico a parlata francoprovenzale.
Canale di Maria Bona. La nobile era moglie di Andrea Aschieri de Jalliono feuda-
tario locale; le descrizioni della donna la indicano molto attenta alle sorti della
comunità, si narra che con il suo dono di un’emina colma d’oro (contenitore ed
unità di misura per il grano) permise la costruzione del canale.
Il suo alveo taglia le strapiombanti pareti dei contrafforti del versante sinistro
della Val Clarea ad un’altezza fino a trecento metri per una lunghezza di cinque-
cento metri circa, interamente scavato nella roccia.
Nel periodo antecedente all’opera l’unica acqua utilizzabile era il torrente Clarea
che scorreva in alto nel suddetto vallone per poi inabissarsi nelle gorge gettan-
dosi nella Dora Riparia senza lambire i terreni della comunità.
Si rese necessario pertanto costruire il canale, anche perché l’abitato era solo
supportato da poche sorgenti e gran parte dei terreni non erano irrigabili.
I primi progetti risalgono al 1200 ma i tentativi di deviare le acque del Clarea
non sono mai stati avviati; solo nel 1400 con il superamento del Pian delle Rovi-
ne si porta a compimento l’opera.
Il Paese per molti anni ebbe un incremento demografico incredibile, vennero
nominati irrigatori, addetti alle manutenzioni e le cause e i litigi per i cambi d’u-
so dei terreni e le relative tasse da pagare ai signori crearono dispute intermi-
nabili.
Pareti di arrampicata Gran Rotsa Proprio sul canale di Maria Bona troviamo le
vie di arrampicata della Gran Rotsa, vie di diversa difficoltà per soddisfare prin-

